Archivi categoria: Argomenti di medicina

Quando il dosaggio di fruttosamina dice di più dell’emoglobina glicata?

Come si usa?

Il test della fruttosamina viene utilizzato nel monitoraggio dei livelli di glucosio nel sangue (glicemia) in pazienti affetti da diabete. I livelli di fruttosamina nel sangue riflettono la concentrazione media di glucosio nel sangue delle 2-3 settimane precedenti l’esame.
Sia la fruttosamina che l’emoglobina glicata (HbA1c) sono usate in primo luogo come supporto nel monitoraggio dei livelli di glicemia in pazienti diabetici. Tuttavia, il test dell’HbA1c è maggiormente conosciuto e utilizzato. Esistono infatti molti dati che confermano che la presenza di livelli elevati di HbA1c in maniera cronica sono associati ad un maggiore rischio di sviluppo di complicanze del diabete, come problemi oculari (retinopatia diabetica) che possono portare fino alla cecità, problemi renali (nefropatia diabetica) e danneggiamenti del sistema nervoso (neuropatia diabetica).
Le società scientifiche internazionali sono concordi sull’utilità di entrambi i test e sul fatto che la fruttosamina possa essere un utile sostituto alla misura dell’HbA1c in quelle situazioni in cui questa non possa essere misurata correttamente.

Le situazioni nelle quali la fruttosamina viene considerata migliore nel monitoraggio di pazienti diabetici rispetto all’HbA1c, sono:

  • Variazioni repentine nella terapia del diabete – la fruttosamina permette la valutazione dell’efficacia di terapie o di variazioni del regime alimentare in poche settimane rispetto ai mesi necessari per l’HbA1c.
  • Diabete gestazionale – nelle donne diabetiche in gravidanza, un buon controllo glicemico è essenziale durante la gravidanza anche perché le necessità della madre cambiano spesso durante la gravidanza. Il test della fruttosamina, insieme alla glicemia, possono essere richiesti come supporto al monitoraggio e alle variazioni terapeutiche (insulina o altri farmaci richiesti).
  • Diminuita vita dei globuli rossi – il test dell’HbA1c non è accurato in quelle situazioni nelle quali la vita media dei globuli rossi risulta diminuita, come in presenza di anemia emolitica o perdite di sangue. Nel caso in cui la vita media dei globuli rossi circolati sia ridotta, allora i livelli di HbA1c possono risultare falsamente bassi rendendo la valutazione dei livelli medi di glucosio nel sangue non attendibile.
  • Presenza di varianti emoglobiniche – la presenza di alcune varianti emoglobiniche, come l’emoglobina S (HbS) nell’anemia falciforme, può influenzare alcune tecniche di misurazione dell’HbA1c. In questi casi è preferibile utilizzare la fruttosamina per il controllo glicemico.
Quando viene prescritto?

Nonostante la fruttosamina non sia largamente utilizzata, il test può essere utilizzato nel caso in cui il clinico voglia conoscere i livelli medi di glucosio e valutare le necessità di insulina nelle ultime 2-3 settimane. Di solito viene richiesto all’inizio di un piano terapeutico in pazienti diabetici o in seguito a variazioni terapeutiche, del regime alimentare o delle abitudini e stili di vita (esercizio fisico).
Il monitoraggio tramite il test della fruttosamina può essere richiesto anche per la valutazione dei livelli glicemici medi in donne in gravidanza o in pazienti malati che devono variare le proprie necessità di glucosio e insulina per un certo periodo di tempo. Il test della fruttosamina poi può essere richiesto nel caso in cui il monitoraggio tramite l’HbA1c non sia possibile, come in caso di presenza di alcune varianti emoglobiniche o nel caso in cui la vita media dei globuli rossi risulti ridotta.

Che cosa significa il risultato del test?

Livelli elevati di fruttosamina indicano che i livelli medi di glucosio nel sangue del paziente si sono mantenuti elevati nelle ultime 2-3 settimane. In generale, maggiori sono i livelli di fruttosamina, più alta è la concentrazione media di glucosio nel sangue. In questo tipo di test, più che un risultato a se stante, è importante valutare l’andamento dei risultati del test in un certo periodo di tempo. Se i risultati del test, inizialmente normali, tendono ad aumentare, allora il paziente non sta effettuando un controllo glicemico adeguato. Tuttavia questo andamento non da informazioni riguardanti la causa di questi aumenti. Per mantenere i livelli di glucosio entro i livelli di sicurezza, al paziente può essere richiesta una variazione di stili di vita (soprattutto di effettuare esercizio fisico) e del regime alimentare. Nell’interpretazione dei risultati tuttavia si deve tener conto anche di eventuali stati di malessere e/o stress che possono portare ad aumenti temporanei dei livelli di glucosio.
Livelli normali di fruttosamina possono indicare invece un buon controllo glicemico e l’efficacia della terapia. Allo stesso modo, la diminuzione dei livelli di fruttosamina nel tempo possono essere indicativi dell’efficacia dei cambiamenti effettuati riguardo il piano terapeutico.
I livelli di fruttosamina devono essere valutati all’interno di un quadro clinico complessivo. La diminuzione dei livelli di proteine totali e/o di albumina correlati con le condizioni associate ad aumento di perdita di proteine nelle urine o nel tratto gastrointestinale o alla diminuzione di sintesi proteica dell’organismo, possono portare a risultati falsamente bassi. In questi casi vi può quindi essere una discrepanza tra i valori di glicemia giornalieri e il risultato della fruttosamina. Anche le oscillazioni dei livelli di glucosio nel sangue possono fornire risultati di fruttosamina e di HbA1c nella norma; queste condizioni necessitano quindi di monitoraggi più frequenti. Tuttavia, la maggior parte delle persone con controlli glicemici instabili, hanno elevati livelli di fruttosamina e di HbA1c.

C’è altro da sapere?

Il test della fruttosamina non è indicato nello screening di popolazione per il diabete poiché la popolazione normale può avere livelli di fruttosamina sovrapponibili con quelli della popolazione di diabetici.
L’ipertiroidismo e livelli elevati di vitamina C (acido ascorbico) possono interferire con i risultati del test.

Ciclo abbondante, dolore, difficoltà concepire campanelli allarme

Molte donne, infatti, soffrono in silenzio per anni, convivendo con rassegnazione con sintomi, campanelli d’allarme che invece non andrebbero trascurati: flussi mestruali abbondanti, dolore alla penetrazione durante i rapporti sessuali e difficoltà a concepire.

Amniocentesi addio?

L’approccio tradizionale nella diagnosi prenatale di anomalie cromosomiche comporta la messa in coltura di cellule fetali ricavate da prelievi di liquido amniotico e la determinazione del cariotipo tramite l’analisi al microscopio dei cromosomi in metafase. Benchè tale analisi sia accurata, le colture cellulari impongono lunghi tempi di attesa che si aggirano intorno ai 15-20 giorni.

Il cariotipo tradizionale, inoltre, non garantisce che il feto sia esente da malattie genetiche o alterazioni cromosomiche (delezioni o duplicazioni) di piccole dimensioni. Infatti, questo tipo di esame fornisce informazioni solo sulle principali anomalie cromosomiche (ad esempio la trisomia 21, o Sindrome di Down, le trisomie 18 e 13, la monosomia X, o Sindrome di Turner) attraverso la determinazione dell’intero assetto cromosomico fetale. Con il cariotipo tradizionale si indaga essenzialmente su quelle forme patologiche che interessano il numero e l’aspetto grossolano dei cromosomi. Nulla si potrà sapere su piccole alterazioni dei cromosomi (che sono un numero elevatissimo, anche se piuttosto rare) o sulla conformazione dei geni che sono contenuti all’interno dei cromosomi.

Lo studio del cariotipo fetale, a differenza dell’amniocentesi rapida con la tecnica QF-PCR, presenta un’ importanza diagnostica elevatissima perché evidenzia le anomalie cromosomiche più severe e frequenti (come ad esempio le trisomie) a carico di tutti i cromosomi, tuttavia, a causa dei limiti di risoluzione della tecnica, piccoli riarrangiamenti cromosomici potrebbero non essere facilmente evidenziabili. Con il cariotipo tradizionale, infatti, si riesce ad evidenziare solo le anomalie strutturali più grandi di 10-15 Mb.

Grazie ai recenti progressi della citogenetica molecolare è adesso possibile esaminare i cromosomi in maniera più approfondita ed accurata, utilizzando il cosiddetto Cariotipo Molecolare, procedura diagnostica che impiega una tecnica molecolare innovativa conosciuta come array-CGH.

Risultati in soli 3 giorni
Essendo una tecnica molecolare, che non necessita di coltura cellulare, con il Cariotipo Molecolare è possibile ottenere un’analisi cromosomica approfondita in soli 2-3 giorni, a differenza dei 15-20 giorni necessari con la tecnica tradizionale, riducendo al minimo i tempi di attesa dei risultati.
Un vantaggio non trascurabile che consente di:
– Escludere una patologia cromosomica entro pochi giorni dal prelievo;
– Ridurre l’ansietà della gestante;
– Gestire in largo anticipo un’eventuale intervento terapeutico, in caso di risultato patologico.

Esame approfondito dei cromosomi
Rispetto all’esame citogenetico tradizionale, l’analisi molecolare dei cromosomi ha una risoluzione molto più elevata (~100 volte). Ciò consente di identificare alcune patologie derivanti da alterazioni cromosomiche submicroscopiche (microdelezioni e le micro duplicazioni), non evidenziabili tramite il cariotipo tradizionale, aumentando sensibilmente l’accuratezza dell’esame.
Il cariotipo molecolare, infatti, consente di effettuare rapidamente non solo lo studio dell’assetto cromosomico fetale, ma anche di un gruppo di 100 patologie causate da microdelezione / microduplicazione cromosomica (es. Sindrome di DiGeorge, la Sindrome di Williams, la Sindrome di Praeder-Willi/Angelman) ed oltre 150 geni.
Tra le sindromici da microdelezione/microduplicazione investigate; le più note ed importanti sono:

Patologia Alterazione Cromosomica
Sindrome di Angelman Del 15q12-13
Sindrome di Charcot-Marie-Tooth Dup 17p12
Malattia del Cri-du-chat Del 5p15
Sindrome di Di George/Velocardiofacciale Del 22q11.2
Lissencefalia isolata Del 17p13.3
Sindrome di Miller-Dieker Del 17p13.3
Sindrome della Neuropatia Ereditaria (HNPP) Del 17p12
Sindrome di Prader-Willi Del 15q12-q13
Sindrome di Rubinstein-Taybi Del 16p13.3
Sindrome di Smith-Magenis Del 17p12.2
Sindrome di Sotos Del 5q35
Sindrome Trico-Rino-Falangea Del 8q24.1
Sindrome di Williams Del 7q11.23
Sindrome di Wolf-Hirrschorn Del 4p16

La lista completa delle 100 patologie investigate è disponibile al seguente link.

Inoltre, grazie ad una sofisticata analisi bioinformatica, si ha la possibilità di definire con esattezza non solo la regione genomica alterata ma anche i geni in essa contenuta, permettendo così di verificare la patogenicità dell’anomalia cromosomica riscontrata e valutare le conseguenze cliniche.

L’ analisi array-CGH, rappresenta anche una tecnica ideale di approfondimento diagnostico di 2^ livello, eseguita per integrare l’analisi citogenetica prenatale al fine di definire più accuratamente eventuali anomalie cromosomiche precedentemente identificate o per rivelare microriarrangiamenti non evidenziabili con l’indagine del cariotipo fetale. L’integrazione dell’analisi citogenetica convenzionale con l’array-CGH incrementa notevolmente le possibilità di determinare le cause della patologia riscontrata nel feto ed eventualmente permette di definire più accuratamente il rischio di ricorrenza.
Le principali indicazioni per l’impiego dell’array-CGH quale tecnica di approfondimento diagnostico in diagnosi prenatale sono le seguenti:
Difetti dello sviluppo fetale evidenziati tramite ecografia; riconducibili ad una patologia cromosomica, il cui cariotipo tradizionale è però risultato normale;
Feto con anomalie cromosomiche (riarrangiamenti sbilanciati, riarrangiamenti apparentemente bilanciati de novo e cromosomi marcatori) individuate attraverso l’analisi citogenetica prenatale;
Aborti spontanei e terapeutici.

Risultato assicurato
L’Array-CGH è una metodica molecolare che non necessita di coltura cellulare, quindi non è soggetta al rischio di mancata crescita e, di conseguenza, di ripetizione del prelievo, garantendo un risultato nel 100% dei casi.

I limiti di tale tecnica in ambito prenatale sono rappresentati dall’impossibilità di identificare riarrangiamenti cromosomici bilanciati (non patologici) e i mosaicismi (cioè la presenza cioè di due linee cellulari con differente assetto cromosomico) con una linea cellulare scarsamente rappresentata (inferiore al 10% circa).

Affidabilità dei risultati
Questa tecnica innovativa si differenzia cariotipo tradizionale prenatale in quanto meno laboriosa e facilmente automatizzabile, e quindi meno soggetta a rischio di errore. Inoltre, alcune sue particolarità tecniche consentono l’accertamento anche dei mosaicisti (non inferiori al 10%), e coaiuvata dalla QF-PCR permete di determinare la stato di zigosità in gravidanze gemellari come pure la rapida identificazione di contaminazione materna che non è apprezzata dalla FISH e dal cariotipo. Il cariotipo molecolare, a differenza dell’altra tecnica di amniocentesi rapida, la QF-PCR, fornisce in tempi similmente rapidi i risultati di eventuali anomalie a carico di tutti i cromosomi.

E’ importante sottolineare la necessità che questa tecnica sia utilizzata da laboratori dotati di provata competenza di genetica molecolare, nonché di esperienza nella interpretazione dei risultati prodotti dalla array-CGH.

Richiedici tutte le informazioni qui.

Oncologia

La diagnosi molecolare delle neoplasie mediante analisi del DNA viene condotta su campioni biologici quali: urine, feci, espettorato, tampone vaginale, sangue, ricercando ed identificando nei vari campioni in esame l’eventuale presenza di cellule portatrici di un informazione genetica alterata. La sensibilità di questo genere di analisi è talmente elevata da essere molto attendibile anche in presenza nel campione in esame di poche cellule tumorali, livello non raggiungibile con i tradizionali “markers tumorali”. Il conseguimento di una facilitata diagnosi precoce del tumore e, di conseguenza, tramite l’organizzazione di interventi terapeutici mirati, la prevenzione dell’invasività della patologia, consente di poter inserire questo genere di analisi tra gli accertamenti più importanti in ambito di prevenzione dei tumori.

Ecco alcune delle opportunità diagnostiche offerte dal nostro Centro in collaborazione con Genoma Group:

Analisi di mutazione del gene K-Ras Analisi di mutazione del gene K-Ras – Diagnosi molecolare precoce dei tumori mediante analisi di mutazione del gene K-RAS in campioni biologici
Analisi mutazione del gene p53 Analisi mutazione del gene p53 – Diagnosi molecolare precoce dei tumori mediante analisi di mutazione del gene P53 in campioni biologici.
mRNA MART-1 mRNA MART-1 – Diagnosi molecolare precoce di melanoma mediante individuazione dell’mRNA del gene MART-1 in campioni di sangue periferico.
mRNA MGB mRNA MGB – Diagnosi molecolare precoce di tumore mammario mediante individuazione dell’mRNA del gene MGB (mammoglobulina) in campioni di sangue periferico.
mRNA PSA mRNA PSA – Diagnosi molecolare precoce dei tumori mediante individuazione dell’mRNA del PSA in campioni di sangue periferico.
mRNA Tirosinasi mRNA Tirosinasi – Diagnosi molecolare precoce dei tumori mediante individuazione dell’mRNA della Tirosinasi in campioni di sangue periferico.
Proibitina (PHB) Proibitina (PHB)
Valutazione del fenotipo LOH o RER Valutazione del fenotipo LOH o RER – Diagnosi molecolare precoce dei tumori mediante valutazione del fenotipo LOH o rer in campioni biologici.

Serietà dei test prenatali

PrenatalSAFE® è un esame prenatale non invasivo che, analizzando il DNA fetale libero circolante isolato da un campione di sangue materno, valuta la presenza di aneuploidie fetali comuni in gravidanza, quali quelle relative al cromosoma 21 (Sindrome di Down), al cromosoma 18 (Sindrome di Edwards), al cromosoma 13 (Sindrome di Patau) e dei cromosomi sessuali (X e Y), quali per esempio la Sindrome di Turner o Monosomia del cromosoma X.
Il test prevede anche un livello di approfondimento che consente di valutare aneuploidie e alterazioni cromosomiche strutturali fetali a carico di ogni cromosoma, con risultati molto simili all’analisi del cariotipo fetale mediante tecniche invasive di diagnosi prenatale.

Uno studio condotto allo scopo di valutare la performance del test PrenatalSAFE®, nella sua versione tecnologicamente più avanzata (procedura FAST), su campioni clinici, soprattutto a bassa frazione fetale (FF)(<4%) è stato pubblicato sulla prestigiosa pubblicazione Prenatal Diagnosis, leggi l’abstract.

Nello studio sono stati analizzati 7103 campioni ematici, prelevati a gestanti che si sottoponevano allo screening per le aneuploidie fetali comuni in gravidanza (Trisomia 21, Trisomia 18 e Trisomia 13). In 21 campioni (0.3%) l’esame non ha prodotto un risultato conclusivo, in quanto i parametri metrici ottenuti non hanno superato i livelli di qualità necessari, mentre in 7082 campioni è stato ottenuto un risultato conclusivo. Tra questi, 79 (1.1%) sono risultati contenere una insufficiente quantità di cfDNA fetale (FF<2%)

In totale, 107 gravidanze hanno prodotto un risultato compatibile con la presenza di un’aneuploidia cromosomica, riscontro patologico confermato con diagnosi prenatale invasiva (villocentesi o amniocentesi) in 105 gravidanze, mentre in 2 casi l’esame ha prodotto un risultato falso positivo. Nessun falso negativo è stato rilevato.

In 25/105 (23,8%) campioni in cui il test PrenatalSAFE® ha rilevato un’aneuploidia cromosomica, la FF è risultata <4%. Tali gravidanze patologiche non sarebbero state evidenziate da altri metodi NIPT, che invece necessitano una FF>4% per rilevare le aneuploidie cromosomiche.

La sensibilità del test PrenatalSAFE® per l’identificazione aneuploidie fetali comuni è risultata del 100%, con una specificità del 99.99% per Trisomia 21 e Trisomia 18, e del 100% per Trisomia 13, dimostrando l’affidabilità del test PrenatalSAFE®anche a bassi livelli di frazione fetale

[rif.Genoma]

 

PrenatalSAFEKaryo compie un anno e pubblica il suo primo case report

Ad un anno dall’introduzione nella pratica clinica del test PrenatalSAFEKaryo®, è stata pubblicata la prima raccolta di case report.
La raccolta descrive alcuni casi clinici tra i più interessanti, gravidanze in cui l’impiego del test PrenatalSAFEKaryo® ha consentito di individuate alterazioni cromosomiche fetali non rilevabili con i NIPT tradizionali, i quali analizzano solamente le aneuploidie fetali più comuni in gravidanza (trisomia 21, 18, 13) e aneuploidie dei cromosomi sessuali.
La raccolta dimostra inoltre l’utilità clinica e l’importanza dello studio non invasivo del cariotipo fetale, non solo per rilevare aneuploidie su tutti i cromosomi del feto, ma soprattutto per la ricerca di anomalie strutturali (delezioni e duplicazioni di una porzione del cromosoma), possibile solo con una tecnologia di ultima generazione ad altissima risoluzione come quella impiegata nel test PrenatalSAFEKaryo®.

PrenatalSafeKaryo_CasiClinici_AggMarzo2017

Obesità

L’obesità è una malattia cronica determinata da un eccesso di massa grassa distribuita in maniera diversa nei vari distretti corporei e nei diversi soggetti.

Strumentalmente, si riesce a misurare tale eccesso e la sua distribuzione.

Tra le metodiche utilizzate ricordiamo la bioimpedenza, la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica, la pletismografia e la plicometria.

Il parametro più semplice e più utilizzato per definire il grado di obesità è l’indice di Massa coporea (o IMC o BMI Body mass index) che si ricava dal rapporto tra il peso espresso in chilogrammi e l’altezza (in metri) al quadrato.

È dimostrato che i soggetti obesi hanno un’aspettativa di vita qualitativa e quantitativa ridotta.

La prevalenza dell’obesità è in aumento in tutti paesi occidentali. In USA contribuisce a 300.000 morti/anno, diventando in tal modo la 2° causa di morte dopo il fumo.

In base alla distribuzione della massa adiposa l’obesità si distingue in obesità:

  • androide (addominale)
  • ginoide (gluteofemorale)

distinguibili mediante la ratio WAIST/HIP (rapporto tra la circonferenza della vita e quella dei fianchi).

Per la valutazione del grasso corporeo totale sulla sua distribuzione si può utilizzare la plicometria, ma ha una elevata variabilità a seconda degli operatori.

Le pliche cutanee sono misurate in varie regioni anatomiche, in punti dove il pannicolo adiposo è meglio rappresentato per quell’area. In genere si valuta: plica tricipitale, plica bicipitale, plica sovrailiaca, plica sottoscapolare.

Uno dei metodi più usati per la determinazione della massa lipidica (FAT), della massa alipidica FFM (Fat Free Mass) e dell’acqua totale del corpo TBW (Total Body Water) è la bioimpedenziometria (BIA) cutanea.

Questa sfrutta l’impedenza bioelettrica fornita dal corpo al passaggio di una corrente elettrica. La conduzione elettrica avviene in presenza di acqua ed elettroliti: poiché la quasi totalità di questi sono contenuti nella massa magra, la BIA può fornire una stima della massa magra, dell’acqua corporea totale e, per differenza, anche della massa grassa.

La misurazione della resistenza e della reattanza, fornisce informazioni su:

  • contenuto totale di acqua
  • percentuale di acqua
  • acqua extracellulare e intracellulare
  • percentuale di massa magra
  • percentuale di massa grassa
  • angolo di fase (stima del rapporto intra e extracellulare)
  • rapporto di Na/K scambiabile
  • densità corporea
  • massa cellulare
  • metabolismo basale
  • peso ottimale
  • consumo calorico in vari esercizi.

Le cause dell’obesità possono ricondursi a due principali categorie:

  • fattori genetici, che predeterminano la facilità di accumulo di grasso e inducono alterazioni del comportamento alimentare e del dispendio energetico
  • fattori ambientali
  • farmaci che possono causare obesità (antipsicotici, antidepressivi, antiepilettici, glucocorticoidi, insulina, sulfoniluree)
  • fattori socio-colturali-etnici
  • fattori dietetici
  • sedentarietà
  • fattori psicologici

Esistono interazioni fra le due categorie di fattori che complicano ulteriormente la patogenesi. Esistono inoltre influenze genetiche: la probabilità è cinque volte maggiore di diventare obesi nei figli i cui genitori sono entrambi obesi. Infine ricordiamo alcune popolazioni selezionate come gli indiani Pima una tribù con presenza di obesità al 90% di entrambi i sessi.

Tra i segnali periferici che regolano l’assunzione di cibo, stimolando il centro della sazietà, i più importanti sono la distensione gastrica, il sistema vagale e una serie di peptidi (glucagone e somatostatina).

L’ormone più importante per quanto riguarda la sazietà recentemente studiato è la leptina, una proteina di 167 aminoacidi: viene secreto esclusivamente dagli adipociti in risposta a un aumento della magra grassa; ed è inibito da insulina e glicocorticoidi.

Questo ormone agisce a livello ipotalamico dove determina l’inibizione di un potente stimolatore dell’appetito, il neuropeptide Y, e incrementa la secrezione di GLP-1,che è un potente anoressigeno.

L’obesità può essere sia causa che effetto di alterazioni della funzionalità tiroidea:

  • i livelli di T3-T4-TSH sono nella norma in condizioni basali e dopo stimolo con TRH
  • i livelli di GH sono ridotti sia in condizioni basali sia dopo stimoli provocativi

Si possono avere alterazioni nella regolazione neuroendocrina della funzione gonadica sia nell’uomo che nella donna.

L’uomo obeso presenta, non raramente, disfunzioni sessuali che possono andare da lievi deficit erettili a quadri più manifesti di ipogonadismo, con riduzione marcata degli ormoni maschili e delle funzioni da essi governate.

Nella donna obesa vi è tendenza tanto all’iperestrogenismo quanto all’iperandrogenismo.

Da ciò derivano i disturbi clinici quali: alterazione del ciclo mestruale (anoressia, ipooligomenorrea, metrorrogie funzionali), modesti stadi di irsutismo, frequentemente associato a micropolicistosi ovarica.

Le donne obese sono più soggette a carcinoma endometriale.

Nelle persone obese l’insulina basale è elevata e correla direttamente con il peso.

A fronte dell’iperinsulemia i valori di glicemia basale sono normali con una diminuita tolleranza ai carboidrati e quindi insulina resistenza.

L’obesità è considerata un fattore favorente lo sviluppo del diabete.

Nei soggetti con familiarità per diabete il BMI è significativamente più elevato rispetto a quello dei soggetti senza familiarità. Nella relazione fra familiarità-diabete e obesità si è osservato che la prevalenza del diabete aumenta in modo consistente con l’aumentare del peso e del grado di familiarità per il diabete.

Vaccinazioni

In Italia, mentre la copertura per le vaccinazioni obbligatorie per legge (poliomielite, difterite, tetano, epatite B) è molto elevata (superiore al 90% della popolazione ad un anno di età), quella per le vaccinazioni facoltative (pertosse, morbillo, rosolia, parotite, haemophilus B) è molto più bassa e diversa da regione a regione. Nel corso degli anni, si sono andate delineando delle Linee Guida sulle reali controindicazioni alle vaccinazioni. Alcune di esse sono permanenti, altre solo temporanee. Ci sono poi alcune condizioni che non costituiscono motivo di impedimento e vengono definite false controindicazioni.

Controindicazioni Vere permanenti

  • Alterazioni del sistema immunitario:
  • malattie da immunodeficienza: immunodeficienza combinata, ipogammaglobulinemia, agammaglobulinemia;
  • immunosoppressione dovuta a tumori maligni come linfomi e leucemie;
  • immunosoppressione da somministrazione di cortisonici ad alte dosi (maggiore di 2 mg/Kg/die) per più di una settimana, oppure somministrazione di farmaci immunodepressivi (citostatici) o da radioterapia;
  • Allergia o ipersensibilità accertate:
  • all’uovo (solo per i vaccini coltivati su uova di pollo)
  • agli antibiotici contenuti nei vaccini
  • reazioni gravi (shock anafilattico, nevrassite) dopo la 1a dose.

Controindicazioni Vere temporanee

  • malattie acute febbrili con temperatura maggiore a 38,5° C o con disturbi gravi ma transitori;
  • terapia immunosoppressiva con cortisonici ad alte dosi (maggiore di 2 mg/Kg/die) per un periodo inferiore a una settimana;
  • gravidanza: durante tale periodo può essere somministrato solo il vaccino anti-tetanico nella donna non vaccinata che si trovi tra il 4° e l’8° mese di gestazione.

Controindicazioni False

  • affezioni minori come le infezioni delle prime vie respiratorie con temperatura inferiore a 38.5° C
  • allergie tranne i casi descritti precedentemente;
  • dermatite atopica e altre manifestazioni eczematose o infezioni cutanee localizzate;
  • terapia con antibiotici sia orali che iniettivi o cortisonici per uso locale;
  • diabete insulino-dipendente
  • malattie croniche del cuore, polmone, fegato e reni;
  • convulsioni febbrili e non sia a livello familiare che personale;
  • malattie neurologiche non evolutive;
  • ittero neonatale;
  • prematurità e immaturità;
  • malnutrizione;
  • allattamento al seno.

Condizioni che costituiscono motivo prioritario di vaccinazione:

  • asma bronchiale;
  • fibrosi cistica del pancreas (mucoviscidosi);
  • malattia celiaca;
  • malattie broncopolmonari croniche;
  • cardiopatie congenite;
  • sindrome di Down;
  • malattie neurologiche non evolutive;
  • malnutrizione;
  • immaturità e prematurità.
  • Effetti collaterali

Nessun vaccino è totalmente privo di rischio, tuttavia la frequenza degli effetti indesiderati è nettamente inferiore agli effetti e alle complicazioni della malattia stessa; ad esempio, il morbillo colpisce in Italia circa 500.000 bambini ogni anno, su una popolazione infantile tra 0 e 14 anni di 11 milioni. La complicazione più temibile di questa malattia è l’encefalite che può colpire 1 malato su 2.000 e nel 30-40% dei casi può lasciare esiti invalidanti. La stessa complicanza, come effetto collaterale da vaccinazione, si verifica in 1 caso su 1.000.000 di dosi di vaccino.

Anche il vaccino antipolio tipo Sabin (a virus vivo e attenuato) è in grado di dare gravi reazioni: la poliomielite da vaccino. Questa evenienza si verifica in 1 caso su 650.000 prime dosi e 1 caso su diversi milioni per le dosi successive. Per evitare tale grave rischio il Ministero della Sanità Italiano ha introdotto il nuovo calendario di vaccinazione in cui il vaccino antipolio con virus vivo delle prime 2 dosi è stato sostituito da vaccino tipo Salk con virus ucciso.

Gli effetti collaterali delle vaccinazioni possono distinguersi in:

  • Reazioni locali:
  • dolore,
  • gonfiore,
  • arrossamento,
  • edema
  • indurimento locale.
  • Reazioni generalizzate:
  • febbre, che compare 2-24 ore dopo o da 5 a 15 giorni dopo la somministrazione (in base al tipo di vaccino);
  • reazioni allergiche (rare) e lo shock anafilattico (evento eccezionale).

In caso di febbre, se questa supera i 38,5° rettali (oppure i 38° ascellari o inguinali) è opportuno somministrare un antifebbrile per uso pediatrico (preferibilmente paracetamolo) alla dose di 10-15 mg/Kg/dose se per via orale, 15-20 mg/Kg/dose se per via rettale, ripetibile ogni 4-6 ore.

In caso di reazioni locali l’applicazione di ghiaccio o di un panno bagnato freddo può ridurre l’infiammazione. In questa fase può essere utile anche l’uso del paracetamolo per ridurre il dolore.

Inoltre il vaccino DTP a distanza di 24 ore può causare nel punto di iniezione la formazione di un piccolo nodulo lievemente dolente: in genere questo si riassorbe spontaneamente entro qualche settimana.

Vitamine

Le vitamine sono sostanze organiche indispensabili alla vita, che rivestono un ruolo fondamentale per il normale svolgimento dei processi fisiologici. Esse sono utili per poter utilizzare i principi nutritivi. Per la maggior parte le vitamine devono essere assunte con la dieta, poiché l’organismo non è in grado di sintetizzarle.

Chimicamente si dividono in vitamine idrosolubili e vitamine liposolubili.

Le prime sono solubili in acqua, non vengono accumulate nell’organismo e devono essere introdotte quotidianamente.

Le liposolubili sono veicolate dai grassi e formano delle riserve nel fegato e nel tessuto adiposo, da dove vengono mobilitate in caso di necessità.

Sono idrosolubili le vitamine del gruppo B, la vitamina C, l’acido folico e la vitamina H; sono liposolubili le vitamine A, D, E, F e K.

Un iperdosaggio vitaminico è superfluo e talvolta dannoso, poiché le vitamine liposolubili possono alterare la funzionalità renale.

Al contrario, la carenza vitaminica, è dovuta ad abitudini alimentari scorrette, come può essere una dieta poco variata, o all’impoverimento dei cibi durante la loro conservazione e trasformazione industriale e gastronomica.

 

Vitamine idrosolubili

Vitamina B1 (Tiamina)

Le principali fonti in natura della vitamina B1 sono lievito di birra, cervello, fegato, rene, cuore, carne di maiale, cereali integrali, uova, castagne, frutta secca oleosa e dolce, legumi sia freschi che secchi.

Se introdotta in eccesso viene in gran parte eliminata per via urinaria, mentre una notevole quantità di tiamina viene perduta durante la cottura degli alimenti o nel corso di trattamenti industriali.

La carenza di vitamina B1 è presente nel Beri-Beri e nella sindrome di Wernicke-Korsakoff, con disturbi a carico del sistema nervoso e cardiovascolare. Si possono instaurare carenze anche in gravidanza e allattamento, in caso di intenso esercizio fisico, diarrea e neoplasie. Il fabbisogno giornaliero di vitamina B1 è di 1,2-1,8 mg.

 

Vitamina B2 (Riboflavina)

È una delle vitamine più diffuse in natura ma spesso in piccole quantità. Le principali fonti sono le verdure fresche a foglia verde, il lievito ed il fegato, il latte e suoi derivati, la carne e le uova.

La riboflavina non viene distrutta dalla cottura.

Le riserve di vitamina B2 persistono a lungo, perciò i sintomi di carenza si instaurano solo dopo molto tempo di ridotta assunzione e per questo motivo raramente è possibile riscontrare una carenza di vitamina B2. D’altra parte il deficit può instaurarsi in seguito a traumi, ustioni, malattie debilitanti, diabete, tubercolosi, ipertiroidismo, cirrosi epatica e la sua carenza porta a lesioni alla bocca; glossite con lingua secca, arrossata e dolente; dermatite seborroica su naso, palpebre e labbro inferiore; arrossamento delle palpebre, lacrimazione, fotofobia e opacamento della cornea. Il fabbisogno di riboflavina non è ben noto. Normalmente si somministrano quantità giornaliere non inferiori a 2-3 mg.

 

Vitamina B3 (PP o Niacina)

La niacina è presente nel lievito, nel fegato, nel pollo, nel pesce, nella frutta secca e nei legumi.

Una carenza può presentarsi in gravidanza, allattamento, per uso di contraccettivi orali e nei soggetti con deficit proteici.

La carenza di vitamina B3 si manifesta con una particolare malattia, la pellagra, frequente nelle popolazioni che si nutrono con alimenti poveri di niacina e triptofano. I sintomi sono dermatite (soprattutto nelle zone esposte alla luce), diarrea, infiammazione della lingua e della bocca, disturbi nervosi e demenza. È raramente riscontrabile nei paesi industrializzati ed in questi casi è spesso associata ad alcolismo cronico.

Se assunta in quantità eccessiva può dare rossori, mal di testa, nausea e lesioni epatiche. Il suo fabbisogno è di circa 16 mg al giorno.

 

Vitamina B5 (Acido Pantotenico)

L’acido pantotenico è presente in tutti gli alimenti, di origine animale o vegetale, è quindi difficile che si verifichino situazioni di carenza. Ne sono ricchi i cereali integrali, le noci, le uova, la carne, i vegetali verdi.

Non sono state mai identificate manifestazioni cliniche direttamente imputabili al deficit di acido pantotenico, e gli unici riscontri sono stati effettuati in via sperimentale su volontari: i sintomi sono vomito, dolori addominali, arresto dell’accrescimento, affaticamento e insonnia.

La necessità di assunzione di vitamina B5 si aggira intorno ai 10 mg al giorno.

 

Vitamina B6 (Piridossina)

La vitamina B6 è presente nel pesce, nella carne, nella frutta secca, nel pane, nel mais e nei cereali. Essa è fondamentale per il metabolismo delle proteine e per la formazione dei globuli rossi. È riscontrabile una carenza marginale in donne in gravidanza e nell’allattamento e negli alcolisti cronici. In caso di carenza evidente  possono instaurarsi anemie, dermatiti, disfunzioni del sistema nervoso centrale e dei nervi periferici. Il fabbisogno quotidiano della vitamina B6 è di circa 2 mg al giorno.

 

Vitamina B12 (Cianocobalamina)

La vitamina B12 è presente negli alimenti di origine animale ed in particolare nel fegato, nel rene, nel cervello e nel cuore. Altre fonti sono il pesce, le uova e i derivati del latte. Essa è assente nei vegetali ed è dunque di fondamentale importanza che le diete strettamente vegetariane, quindi prive anche di latte e uova, vengano addizionate con vitamina B12.

La carenza di vitamina B12 può essere dovuta a insufficiente apporto alimentare, alla mancanza di fattore intrinseco nei soggetti con anemia perniciosa o gastrite cronica atrofica, dopo gastrectomia ed in seguito a distruzione della mucosa gastrica od a lesioni dell’intestino tenue.

La sua carenza porta ad alterata maturazione dei globuli rossi e quindi allo sviluppo di anemia megaloblastica e di neuropatia con comparsa di debolezza, stanchezza, dispnea da sforzo, parestesie, glossite, perdita di appetito e impotenza. Il fabbisogno di questa vitamina è di 0,005 mg al giorno.

 

Vitamina C (Acido ascorbico)

La vitamina C è presente negli agrumi, nel ribes nero, nei peperoni dolci, nel prezzemolo, nel cavolfiore, nelle patate, nei broccoli, nei cavolini di Bruxelles, nelle fragole e nel mango. Essa è indispensabile per la formazione del collagene e quindi per il tessuto connettivo, inoltre protegge la membrana cellulare da fenomeni di ossidazione dovuti ai radicali liberi, molecole che causano l’invecchiamento delle cellule.

Un bicchiere di spremuta d’arancia contiene dai 15 ai 35 mg di vitamina C. Essa potenzia la resistenza alle malattie virali, batteriche e infiammatorie ed è quindi indicata in caso di affaticamento psicofisico, allergie, raffreddori e sinusiti, gengive sanguinanti, piorrea, herpes simplex e zoster, infiammazione delle articolazioni. Gli alcolisti cronici, gli anziani e i fumatori, sono le persone a maggior rischio di deficit di vitamina C (una sola sigaretta distrugge 25 mg di Vitamina C!).

La carenza della vitamina può portare ad affaticabilità, astenia, perdita dell’appetito, nervosismo ed insonnia. La carenza evidente porta alla comparsa dello scorbuto, caratterizzato prevalentemente da sanguinamento gengivale e perdita di denti. Le emorragie sottocutanee sono causa di fragilità delle estremità e di dolori duranti i movimenti. Il fabbisogno giornaliero di Vitamina C è il più elevato tra tutte le vitamine: 50-100 mg al giorno (un’arancia).

 

Vitamina H (Biotina)

È riscontrabile in piccole quantità ma in moltissimi cibi. Le maggiori fonti di biotina sono rappresentate dal lievito, dal fegato e dal rene. Buone fonti di vitamina sono anche il tuorlo d’uovo, i semi di soia, la frutta secca, i cereali, le carote, la lattuga e i cavolfiori. Essa è prodotta anche dalla flora batterica intestinale e viene assorbita a livello dell’intestino tenue.

Essendo presente in molti alimenti, il deficit di biotina è estremamente raro nell’uomo e i sintomi carenziali di Vitamina H sono rappresentati da affaticamento, anoressia, nausea, vomito, glossite, pallore, dolori muscolari, depressione, dermatite secca desquamativa ed alopecia.

 

Acido Folico (Folacina)

Questa vitamina è indispensabile per la formazione e moltiplicazione degli elementi figurati del sangue. L’acido folico è presente in una grande varietà di cibi: fegato, rene, verdure verdi, fagioli, lievito, tuorlo d’uovo, barbabietole e pane integrale. Il deficit vitaminico può essere determinato da insufficiente assunzione con la dieta di vegetali a foglia verde, oppure alla loro errata preparazione (cottura, esposizione alla luce). Generalmente la carenza si instaura solo per errori alimentari prolungati nel tempo.

Il deficit porta ad una anemia megaloblastica con i sintomi tipici dell’anemia, astenia, alterazioni della bocca e della lingua. In gravidanza può determinare parti prematuri e/o malformazioni del neonato.

Si ritiene che il suo fabbisogno giornaliero sia di 0,4 mg.

 

Vitamine liposolubili

 

Vitamina A (Retinolo o Carotene)

La vitamina A è presente nelle carote, nelle verdure gialle e a foglia verde, nella zucca, nelle albicocche e nei meloni sotto forma di beta-carotene, precursore della vitamina A. Sotto forma di retinolo o vitamina A preformata è presente nel fegato, nel pesce, nel tuorlo d’uovo, nel latte intero, nel burro e nel formaggio.

È un importante fattore di crescita, favorisce la formazione delle ossa ed aiuta a mantenere sana la pelle, i capelli, i denti e le gengive, inoltre dà maggior resistenza alle infezioni dell’apparato respiratorio, salvaguardando i polmoni dall’inquinamento atmosferico ed è un potente antiossidante che interviene nel processo di rigenerazione delle cellule.

La carenza di questa vitamina porta alla cecità notturna o ad un’alterata capacità di vedere in penombra. La carenza grave può portare a cecità parziale o totale (xeroftalmia) e rappresenta la causa principale di cecità infantile.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina A, che in condizioni normali è di 5000 Unità Internazionali (UI), aumenta con la gravidanza e con l’allattamento.

 

Vitamina D (Calciferolo)

La vitamina D, chiamata anche vitamina antirachitica, è presente negli oli di fegato di alcuni pesci di acqua salata (sardine, salmone, aringhe). In piccole quantità è presente nelle uova, nella carne, nel latte e nel burro. Può essere sintetizzata nella pelle per azione della luce solare e, per questo motivo, ne hanno particolarmente bisogno coloro che vivono nelle grandi città, dove lo smog è più intenso, chi lavora di notte e chiunque debba stare per molto tempo in ambienti chiusi.

Una sua carenza determina una riduzione dei livelli sierici di calcio e di fosforo ed un aumento della fosfatasi alcalina con debolezza muscolare e tetania. Nelle sue forme più evidenti la carenza di vitamina D porta al rachitismo (deformazione dello scheletro osseo, ritardo della dentizione) nei bambini ed alla osteomalacia (graduale e progressiva decalcificazione delle ossa e dei denti) negli adulti.

Il fabbisogno della vitamina D dipende dall’età del soggetto e dalla quantità di sali minerali presenti nella dieta. Comunque si può dire che esso sia intorno a 0,01 mg per i bambini, e che vada via via riducendosi con il passare degli anni.

 

Vitamina E (Tocoferolo)

La vitamina E è molto diffusa negli organismi vegetali o animali, in particolare nei semi e negli oli vegetali. Fonti secondarie sono le noci, i cereali, le verdure a foglie verdi, il fegato e il latte. È considerata la vitamina della giovinezza ed ha una funzione antiossidante, pertanto ritarda l’invecchiamento delle cellule. Svolge inoltre azione immunostimolante, proteggendo le membrane cellulari da batteri e virus. Aumenta la resistenza fisica e garantisce un buon funzionamento del cuore.

La carenza dietetica di vitamina E è rara e determina maggiore fragilità dei globuli rossi ed anemia.

Il suo fabbisogno giornaliero si aggira intorno ai 10 mg.

 

Vitamina F

La vitamina F è un insieme di sostanze definite acidi grassi essenziali, perché risultano indispensabili all’organismo che non è però in grado di sintetizzarli. Essa è presente in molti semi oleosi come quelli di lino, girasole, sesamo, ribes, uva, borragine, ecc.

La sua principale funzione è quella di prevenire i depositi di colesterolo sulle arterie, nella pelle e nelle mucose, i calcoli nella cistifellea, migliora e mantiene sana la pelle, soprattutto in caso di eccessiva secchezza e desquamazione.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina F è di 10-20 grammi. Le donne sofferenti di sindrome premestruale dovrebbero introdurre nella loro alimentazione forti dosi di questa vitamina.

 

Vitamina K (Naftochinone)

La vitamina K è presente nelle verdure a foglia verde come gli spinaci, le rape, i broccoli, il cavolo e la lattuga, ma la migliore fonte naturale è rappresentata dall’erba medica o alfa-alfa. Altre fonti sono i semi di soia, il fegato di manzo, il tè verde, il tuorlo d’uovo, l’avena, il grano intero, le patate, i pomodori, gli asparagi, il burro e il formaggio. Un’importante quota di vitamina è prodotta dalla flora batterica intestinale.

La vitamina K è essenziale nella sintesi della protrombina, capace di convertire il fibrinogeno in fibrina con formazione del coagulo sanguigno. Essa contribuisce quindi a prevenire le emorragie interne ed esterne e aiuta a ridurre il flusso mestruale abbondante. Il fabbisogno giornaliero di vitamina K non è stato determinato. A scopo terapeutico si utilizzano dosi che vanno dai 2 ai 10 mg.

Alcolismo

Le bevande alcoliche sono note sin dall’antichità, ma i danni che provocano sull’organismo sono stati evidenziati solo nel settecento perché si manifestano in tempi lunghi. L’assunzione, ormai millenaria, di bevande alcoliche ha favorito l’accettazione sociale dell’alcol, facendone un alibi culturale anche per chi ne abusa e versa in uno stato di dipendenza.

I primi passi verso l’alcolismo passano dall’abuso sporadico, spesso in compagnia, per poi raggiungere livelli di dipendenza vera e propria.

L’alcol è contenuto in numerose bevande diffuse e consumate in quasi tutto il mondo. Si ottiene per fermentazione ed eventuale distillazione di varie materie prime contenenti carboidrati come la frutta (uva, ecc.), alcuni semi, i cereali (malto, orzo, avena, ecc.), tuberi.

Il 74% degli italiani di età superiore ai 15 anni consuma alcol saltuariamente (almeno una volta in tre mesi), il 59% è un consumatore regolare (almeno una volta alla settimana). Solo il 26% di italiani è completamente astemio. Le donne bevono meno degli uomini. Le bevande più bevute sono, nell’ordine, il vino (63% degli italiani ne ha bevuto una volta negli ultimi tre mesi), la birra (46%), gli aperitivi ed i digestivi (29%), superalcolici (20%). Nei giovani tra i 15 ed i 24 anni prevale il consumo di birra (27% dei consumatori abituali) e di superalcolici (21%). Il vino viene bevuto prevalentemente in casa mentre la birra prevalentemente in ristoranti e pizzerie. L’industria legata alla produzione ed alla vendita di bevande alcoliche interessa quasi 5 milioni di persone: l’Italia è la maggior produttrice al mondo di vino (70-75 milioni di ettolitri l’anno). Si calcola che i bevitori eccessivi siano circa 4 milioni con i conseguenti 30.000 decessi all’anno per cirrosi epatica, incidenti, suicidi. Tale numero aumenta se si comprendono anche i decessi dovuti a tumori causati dall’alcol. Ogni italiano consuma ogni anno circa 73 litri di vino, 19 litri di birra e 23 litri di superalcolici per un totale di 28 grammi di alcol al giorno.

L’alcol agisce sul sistema nervoso centrale e quindi sulla psiche provocando euforia a basse dosi e depressione a dosi più elevate.

Si tratta di una molecola piccola che attraversa facilmente le membrane cellulari. Viene assorbita molto rapidamente dallo stomaco (70%) e dalla prima parte dell’intestino (20%) mentre solo il 5% arriva al colon. La velocità di assorbimento dipende dalla quantità, dalla modalità di assunzione (se singola o ripetuta), dalla presenza di cibi grassi nello stomaco (che ne rallentano l’assorbimento). A digiuno l’alcol viene assorbito quasi completamente in un’ora mentre a stomaco pieno occorrono da 2 a 6 ore. Passa quindi nel sangue e raggiunge la concentrazione massima in 1-2 ore a digiuno o in 2-6 ore a stomaco pieno. La concentrazione si riduce al 50% in 2-14 ore. Una parte dell’alcol viene degradato già a livello della mucosa gastrica, il resto viene assorbito e raggiunge il fegato ed il sistema nervoso. Nel fegato vi sono i meccanismi che lo degradano trasformandolo in acqua ed anidride carbonica ad una velocità di circa 7 grammi l’ora. L’alcol non degradato dal fegato, tramite il sangue, si distribuisce nell’organismo e, soprattutto, nel S.N.C. A basse dosi, determina un aumento dell’azione dei neurotrasmettitori e quindi euforia mentre a dosi più elevate ha un effetto inibitorio.

Il 10% dell’alcol assunto non viene trasformato ma sfugge attraverso il sudore, le urine e, soprattutto, con l’aria espirata. La quantità di alcol nell’aria espirata è direttamente proporzionale alla sua concentrazione nel sangue. Su questo principio si basa il funzionamento dell’etilometro utilizzato dalle forze dell’ordine per verificare l’eventuale stato di ebbrezza di un conducente.

Le donne tollerano meno l’alcol in quanto hanno una minore capacità di degradare l’alcol a livello dello stomaco.

L’alcol provoca anche la dilatazione dei vasi sanguigni cutanei e quindi una sensazione di calore e l’arrossamento della pelle.

Definire un consumo di alcol “normale” non è semplice in quanto non è possibile indicarne con precisione una dose innocua adatta a tutti. Questa può variare dai 25 agli 80 grammi al giorno in funzione del sesso, dell’età, ecc.

L’alcol presenta una tossicità maggiore nell’infanzia e nell’adolescenza ed, inoltre, un avvicinamento precoce all’alcol aumenta il rischio di malattie collegate.

Oggi si distingue un abuso ed una dipendenza da alcol.

  • L’abuso è caratterizzato dalla dipendenza psichica e si manifesta con eccessi occasionali o con assunzioni croniche. In sintesi non si ha la necessità ma il desiderio di bere.
  • La dipendenza presenta anche la necessità di aumentare le dosi (tolleranza), il desiderio compulsivo di bere e di procurarsi l’alcol ad ogni costo, la dipendenza fisica, per cui in mancanza di alcol si instaura la sindrome d’astinenza. La dipendenza da alcolici crea un legame con la sostanza talmente forte da modificare lo stile di vita dell’individuo. Ciò determina problemi sociali, economici e familiari.

Alcolismo è, quindi, lo sviluppo di comportamenti devianti in seguito all’assunzione prolungata di eccessive quantità di alcol: è una malattia cronica.

L’assunzione di alcol, sia pur in modeste quantità, è controindicata in caso di ulcera, insufficienza epatica o renale, diabete, epilessia, in gravidanza e durante l’allattamento. L’alcol provoca anche una serie di danni a livello cellulare e tende a ridurre l’appetito causando deficit nutrizionali (carenza di vitamine, sali minerali, ecc.). Determina un abbassamento delle difese immunitarie ed il conseguente aumento di infezioni e tumori. I danni più gravi e frequenti sono però a carico del fegato dove l’alcol viene metabolizzato. Tra questi le epatiti acute e croniche, la cirrosi epatica, il carcinoma epatocellulare. Anche l’apparato digerente viene colpito: l’alcol può provocare tumori alla lingua, al cavo orale, all’esofago, allo stomaco nonché altre patologie come l’esofagite, la gastrite, danni al pancreas, ecc. Interferisce anche sulla sfera genitale determinando l’impotenza nell’uomo e la riduzione della fertilità nella donna. Un ulteriore grave danno è dovuto alla capacità che ha l’alcol di interferire con le sostanze lipidiche presenti nel tessuto cerebrale con conseguenze spesso irreversibili.

Il trattamento dell’alcolismo, così come quello di tutte le dipendenze, non può limitarsi alla disassuefazione dalla sostanza ma deve mirare a portare allo scoperto e superare i problemi di fondo, ricostruendo la personalità dell’individuo. In poche righe non è possibile affrontare in maniera compiuta la complessa problematica della riabilitazione dall’alcol per cui ci limiteremo a ricordare che uno dei metodi più efficaci è la terapia di gruppo. I gruppi di auto aiuto fanno capo alle associazioni A.A. (Alcolisti Anonimi)e Al-Anon. Il primo gruppo di A.A. nacque in America nel 1935 da una conversazione tra un agente di cambio che si era liberato dall’alcolismo ed un medico alcolista. Oggi il movimento è diffuso in 114 nazioni. La terapia si basa sullo scambio di esperienze. Ciò da una parte aiuta l’alcolista attivo ad iniziare l’astinenza e dall’altra aiuta anche l’alcolista in fase di remissione a continuare a proseguire nella via intrapresa.

L’alcolismo è una piaga, anche qui in Irpinia.

Secondo l’”Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol” del 2001:

80%                      Sono i consumatori irpini di alcolici al di sopra dei 14 anni

33%                      Sono i consumatori irpini assidui

19%                      Sono i consumatori irpini regolari

21%                      Gli occasionali

5%                        Sono gli eccedentari

2%                        Sono gli alcolisti veri e propri

Da 7000 a 9000    Gli alcolisti irpini

Contro l’alcol e per aiutare gli alcolisti ad uscire dal loro stato operano i tre “Club degli Alcolisti in Trattamento” di Avellino. Si tratta di un’associazione che utilizza una metodica particolare, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che mette insieme gli alcolisti e le loro famiglie. Due hanno la loro sede nei locali della parrocchia di S. Maria di Costantinopoli al Rione Parco ed uno presso il Centro Sociale Samantha della Porta. Operano da circa sei anni. Altri club, che sono gruppi che raccolgono al massimo una decina di famiglie ciascuno, sono nati in alta Irpinia e nel montorese, a dimostrazione dell’estensione del fenomeno. Una decina sono i volontari impegnati, tutti a titolo gratuito, in queste strutture che fanno capo all’ARCAT, che è l’associazione regionale degli alcolisti in trattamento.

Moltissimi i siti Internet su cui è possibile trovare informazioni sull’alcolismo che ogni anno, è bene ricordarlo, provoca circa ottantamila morti.

Fra questi i più importanti sono quello dell’AICAT – Associazione Italiana Club degli Alcolisti in Trattamento all’indirizzo http://www.aicat.it/; quello della Società Italiana di Alcologia all’indirizzo http://www.dfc.unifi.it/sia; quello dell’ “Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol” all’indirizzo http://www.alcol.net/; quello dell’Eurispes http://www.eurispes.it/, dove è possibile trovare il “Terzo Rapporto Sull’alcolismo in Italia”; quello dei Narcotici Anonimi, all’indirizzo http://www.na-italia.com/. Notizie utili anche sul sito http://www.alcologia.com/; http://www.arcattoscana.org/; http://www.alcolonline.or/; http://www.droga.net/.

Per mettersi in contatto con l’AICAT è possibile rivolgersi:

  • alla sede regionale dell’AICAT Campania
  • indirizzo: Via Torrione 4/c, 84123 Salerno
  • segreteria: tel. 089-792800
  • fax 089-2750056
  • e-mail: gruppologos@libero.it
  • e-mail del presidente: aniellobaselice@tin.it;
    • al Centro Sociale Samantha della Porta o alla Parrocchia di Rione Parco ad Avellino
    • all’Azienda Ospedaliera S.Giuseppe Moscati
  • Div. di Gastroenterologia – Ambulatorio di Algologia
  • Viale Italia, 83100 Avellino
  • Tel. 0825/203234
  • Fax 0825/203377