Malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer, che rappresenta il 60 % di tutte le demenze, prende il nome da Alois Alzheimer (1864-1915), neurologo che lavorò prima ad Heidelberg e poi a Monaco e che ne descrisse, tra il 1906 ed il 1911, le principali caratteristiche microscopiche cerebrali. Nel 1906 il Prof. Alzheimer descrisse il caso di una donna di 51 anni, con disturbi della memoria e delirio, che presentò poi all’autopsia un quadro molto particolare a livello cerebrale.

 

La malattia di Alzheimer è un processo degenerativo cerebrale che provoca un declino progressivo e globale delle funzioni intellettive associato ad un deterioramento della personalità e della vita di relazione. Progressivamente l’ammalato perde l’autonomia nell’esecuzione degli atti quotidiani della vita e diventa completamente dipendente dagli altri.

 

La malattia di Alzheimer colpisce circa il 5% delle persone dai 60 anni in su. In Italia si stimano 500.000 ammalati. Non esiste un test semplice per diagnosticare la malattia di Alzheimer.

 

Le cause sono sconosciute. Ci sono diverse teorie:

  • predisposizione genetica;
  • fattori esterni (ad esempio un virus, anche se non è dimostrato con l’Alzheimer sia contagioso);
  • disordine del sistema immunitario, che non riconosce più il cervello come proprio e lo autoaggredisce;
  • sostanze tossiche;
  • fattori psicosociali (depressione, trauma cranico, reazione allo stress).

 

Gli unici fattori di rischio finora individuati sono rappresentati dall’età e dalla familiarità. L’Alzheimer è certamente una patologia dell’anziano, ma il rischio di ammalarsi non aumenta con l’età, tant’è vero che i soggetti ultranovantenni non hanno un maggiore rischio di ammalarsi rispetto ai soggetti di età compresa tra i 70 e gli 80.

La familiarità rappresenta un fattore di rischio variabile a seconda dei casi. Nella maggioranza dei casi l’Alzheimer non è una malattia ereditaria, anche se i familiari di un soggetto affetto hanno un rischio di ammalarsi lievemente più alto rispetto ai soggetti che non hanno un caso in famiglia. Sono state finora individuate quaranta famiglie in cui la malattia di Alzheimer è trasmessa geneticamente (un soggetto che svilupperà la malattia, in quanto portatore del gene alterato, ha il 50% di possibilità di trasmetterlo ai figli). Queste forme familiari, rarissime, sono caratterizzate da precoce età di insorgenza e rapida evoluzione.

 

Le caratteristiche cliniche della malattie possono variare da un soggetto all’altro, ma solitamente l’inizio è subdolo e il decorso progressivo e cronico. I sintomi sono:

  • stress;
  • depressione;
  • modificazione del carattere;
  • disinteresse verso attività piacevoli per il soggetto;
  • ripetitività;
  • sospettosità;
  • trauma cranico, che rende manifesta una malattia cerebrale già presente.

I parenti si accorgono di questi strani comportamenti, mentre il paziente ne è inconsapevole.

 

Altri sintomi possono essere:

  • agitazione;
  • paura di essere derubati;
  • sentirsi abbandonati;
  • pianto immotivato o violenza;
  • disturbi del sonno e scambiare il giorno per la notte.

 

Il decorso della malattia dura dagli 8 ai 10 anni e attraversa 3 fasi:

  1. La prima riguarda le capacità mentali. La persona è ancora autosufficiente, ma presenta disturbi della memoria sempre più ricorrenti. Altri sintomi sono perdita della capacità di ragionamento e deficit di varie funzioni cognitive; alterazioni della personalità; il pensiero astratto è impoverito, diminuisce la capacità di giudizio e il rendimento lavorativo.
  2. La seconda fase vede l’aggravarsi progressivo dei disturbi: il soggetto è incapace di apprendere nuove informazioni; si perde anche in ambienti familiari, a causa di un disorientamento spazio-temporale; la memoria remota è compromessa.

Caratteristiche fondamentali di questa fase sono:

  • amnesia
  • afasia
  • agnosia
  • aprassia

 

  1. Nella terza fase i sintomi si aggravano fino a perdere la capacità di riconoscere i familiari, di esprimersi, mangiare, muoversi da solo. Il malato deve essere assistito e controllato costantemente. Si manifestano difficoltà nella deglutizione e il paziente viene alimentato artificialmente.

 

Gli unici segnali che possono confermare con certezza la malattia, cioè la formazione di placche nel cervello, possono essere rilevati solo dopo la morte, con l’esame del tessuto cerebrale. Alla diagnosi si arriva dopo aver escluso altre malattie. E’ fondamentale la collaborazione dei familiari, ai quali verranno chieste più informazioni possibili sul comportamento del paziente. Per escludere la presenza di altre malattie che potrebbero spiegare la demenza, di solito vengono prescritti alcuni esami di laboratorio. Sono utili anche la TC, in grado di rilevare lo spessore del cervello, oppure la risonanza magnetica, che fornisce un’immagine particolareggiata.

In molti casi, si arriva alla diagnosi in seguito a preoccupazioni espresse dai familiari. Sovente la persona malata non si rende conto di avere dei problemi e non condivide le osservazioni dei familiari; non ha perciò alcun interesse a chiedere una diagnosi.

All’inizio della malattia, generalmente il malato cerca di nascondere agli altri le sue difficoltà. A volte ci riesce, perché i suoi problemi non sono gravi e perché la famiglia e gli amici tendono a minimizzare, convinti che la perdita di memoria sia una conseguenza naturale dell’età. Questo periodo può essere fonte di enorme stress per la persona malata. Ad un certo punto, quando i sintomi diventano più evidenti, nascondere il problema diventa più difficile. Può prevalere, allora, l’imbarazzo per i propri errori e l’umiliazione per le difficoltà nelle attività quotidiane, come lavarsi e vestirsi.

Fin dall’inizio della malattia è necessario affrontare alcune questioni relative all’autonomia della persona che riguardano soprattutto la libertà personale (guidare la macchina, uscire da solo, bere alcolici, fumare, ecc.) e la gestione del denaro.

Con il progredire della malattia, la capacità di guidare subirà un peggioramento. Il malato comincerà a trovare con difficoltà i luoghi noti, a ignorare i segnali stradali e a non rispettare le regole di circolazione, a guidare troppo in fretta o troppo adagio, ad avere reazioni lente e disorientarsi, sentirsi frustrato o arrabbiato.

Allo stadio iniziale della malattia, il malato di demenza può essere in grado di usare i trasporti pubblici, ma, col progredire della malattia, può cominciare ad avere difficoltà a ricordare dove sta andando, a pagare il biglietto, a prendere l’autobus o il tram giusto, a scenderne alla fermata giusta. Quando questo si verifica, il malato proverà imbarazzo e paura, specialmente se non ricorda dove sta andando o dove abita.

 

Ci possono essere diverse ragioni che rendono preoccupante il fatto che il malato esca da solo, come ad esempio il traffico, il rischio che si perda o che venga derubato, ecc.

 

Bisogna di regola evitare che il malato di demenza fumi quando è solo, per il rischio di incendi o di scottature.

 

Le bevande alcoliche possono accrescere la confusione nel malato di demenza.

 

La difficoltà a gestire il denaro rappresenta uno dei primi problemi nella demenza. L’incapacità di comprendere il significato simbolico del denaro e la perdita della memoria, possono indurre la persona a pagare più volte la stessa cosa, non pagarla per nulla, regalare i propri soldi o perderli.

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